C’è un fi lo che attraversa tutti i miei viaggi, forte quanto qualsiasi confine attraversato: le porte che si sono aperte senza che io le avessi bussate davvero, solo perché qualcuno, lungo la strada, ha deciso di fidarsi.

Il mio primo vero couchsurfing è stato in Turchia, a Konya, ospitata da un gruppo di universitari, gente semplice e simpatica con tre gatti. Poi Aksaray, dove ho conosciuto uno dei personaggi più assurdi del viaggio: un uomo strano, grande e grosso, barricato in una casa minuscola senza finestre, con cinque gatti e una puzza indescrivibile.

Poi la Cappadocia, dove il “di passaggio” è saltato del tutto. Dovevo restarci qualche giorno, ci sono rimasta due mesi. A casa di Yaşar, che aveva un negozio di souvenir a duecento metri dal castello di Uchisar, lo aiutavo a vendere, e da dietro quel bancone ho conosciuto gente da ogni angolo del pianeta.
Quella casa in quei mesi è stato un porto di mare perché Yaşar ospitava tantissimo tramite couchsurfing: gente abituata a dormire ammassata con sconosciuti, che si era già conosciuta al festival dei dervisci di Konya giorni prima dove ero stata anche io.
Sono rimasti tutti insieme, a casa sua, una settimana intera, in sessanta metri quadri scarsi.
Io fissa nella cameretta piccola, mentre nell’altra dormivano anche in dieci.
Dopo gli hippie è arrivata Ebru, che viaggiava con Idris, un francese spassoso: una settimana a girare la Cappadocia in gruppo tra mille avventure.
Dopo ancora due gemelle ucraine che facevano arti circensi e viaggiavano per il mondo.
Yaşar mi faceva anche delle colazioni bellissime, quelle ve le racconto meglio altrove.

Da lì sono andata ad Ankara, dove ho passato una notte in una camerata di ostello prima di fi nire a casa di Ali, un traduttore dal turco al farsi conosciuto anche lui su CS.
Serate intere a parlare di fi losofi a, di viaggi, di politica, lui che divideva con me il suo cibo e io che tiravo fuori la tequila comprata in Cappadocia per festeggiare il capodanno da poco passato.
Poi di nuovo in Cappadocia, ancora da Yaşar, per festeggiare il suo compleanno a Mersin dai suoi parenti. In Cappadocia da lui ci sarei tornata anni dopo anche con Gullo, per tre settimane, stavolta in due, non più da sola.
A Erzurum ho conosciuto Nuri, un ex ferroviere sui settant’anni.
Casa sua era una baracca dove, d’inverno, pioveva dentro… proprio dentro, in soggiorno. Ma la sua ospitalità e i suoi regali valgono mille alberghi!
A Zahedan, in Iran, un ragazzo conosciuto tempo prima ad Esfahan mi fece ospitare da sua nonna. Gentilissima, per carità, ma il quartiere era malfamato e per casa giravano i topi.
Quella notte non ho chiuso occhio, a contare topi invece che pecore.

A Kerman si è aperta una piccola comunità senza saperlo.
Ho conosciuto Fatima, contattata su couchsurfing, non poteva ospitarmi a casa sua, così mi ha passata a un gruppo di avvocati suoi conoscenti.
La prima notte l’ho passata a casa di uno di loro, con moglie e due figli.
I sei giorni successivi, in uno studio condiviso tra due colleghi avvocati: due camere, bagno, cucina, soggiorno open space, praticamente una reggia per i miei standard.
L’unico patto era che ogni volta che uno dei due arrivava con la fi danzata, io dovevo sparire per un po’.
E sparivo… nei parchi, ad aspettare che mi richiamassero, guardando tramonti niente male, in compenso.
Ma quei momenti morti erano l’eccezione: le giornate a Kerman le passavo o con Fatima o con un gruppo di ragazzi grafi ci che lei mi aveva fatto conoscere, cene insieme, tempo passato tra noi nell’appartamento.
Sono anche loro il motivo per cui, prima di andarmene, mi sono ritrovata piena di dolci e di monete particolari, quelle che si usano per le off erte di cibo durante il Ramadan.

Arrivata a Chabahar ho passato quasi una settimana da Zafari e dalla sua fidanzata Zeinab, insieme a vari personaggi che ospitavano tramite couchsurfing in altre stanze: una coppia di fidanzati giornalisti di Teheran e al fratello di lei, astronomo. Poi Nadym e un ragazzo di Darak.
Da lì il gruppo si è spostato tutto insieme a Pozm, ospiti gratis nell’ostello di Nadym, un surfista famoso del posto, e poi a Konarak, dove Nadym ha anche una scuola di surf.
A Darak, ultima tappa, il ragazzo del posto ci ha ospitati tutti insieme a casa sua.
Quella spedizione, da Chabahar fino a Darak e ritorno, è durata circa due settimane.

Il ritorno l’ho fatto in autostop, poi di nuovo con couchsurfing… tappa dopo tappa: prima una famiglia numerosa di donne e bambini tra profumo di samosa fatti in casa, poi Farbod, surfista che gareggiava in giro per il mondo, poi un ostello a Beris a tre euro a notte, ma dove i vicini di casa mi hanno fatto cenare con loro… e infine l’ultimo ostello prima del confine col Pakistan, dove una mattina mi hanno apparecchiato una colazione a terra sui tappeti solo per me: decine di piccoli piatti, insalata di cetrioli e pomodori, uova all’occhio di bue, yogurt, spezie, frutta secca. Un pavimento imbandito per una viaggiatrice di passaggio che nessuno conosceva davvero.

Poi dopo qualche giorno di scorta armata in Pakistan, che anche quella è ospitalità… sono finalmente arrivata da sola a Karachi. Prima ho dormito da Haider, ambassador di couchsurfing del Pakistan, con la sua famiglia di attori. Mi ha fatto fare un sacco di riunioni CS con lui, e ho conosciuto Alee, che mi ha ospitata altri giorni lì da lui.

Anni dopo, con Gullo, l’ospitalità ha continuato a bussare, solo con un’altra faccia.
A Tbilisi, durante il viaggio tra Armenia,Georgia e Turchia, mi sono presa un’insolazione a Yerevan che mi ha steso per due giorni con febbre e deliri.
La ragazza che ci ospitava su AirBnB ci è rimasta talmente male da regalarci giorni extra a casa sua, gratis.
Un conto che avrei dovuto pagare e che si è azzerato per una gentilezza che non avevo chiesto.

E in Spagna, quello stesso spirito è arrivato con la faccia degli amici di Gullo.
A Santander ci ha ospitati Pierpaolo, un suo caro amico, con la moglie che ci ha rimessi al mondo con una Caesar Salad indimenticabile.
A Pamplona è toccato a Imanol: un personaggio pazzesco, quattro cani fissi in casa più quelli che curava per conto terzi, porte interne che si potevano aprire solo secondo turni precisi per non far scappare le bestiole, e un coinquilino marocchino, Sam, silenzioso al contrario di Imanol.

Non ricordo il nome di tutti. Alcuni erano solo un tetto per una notte, altri sono rimasti amici che sento ancora oggi. Ma il punto non è mai stato quanto fosse comoda la stanza: è che ogni volta, qualcuno che non aveva nessun obbligo verso di me ha deciso lo stesso di aprirmi la porta.

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