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tappe di “Da Sofia a Karachi via terra” — novembre 2022 – maggio 2023

tappe di “Da Yerevan a Istanbul via terra” — luglio–agosto 2024 

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Viaggiare in Turchia da sola: tra bazaar, minareti e la soglia del Medio Oriente.


Quando viaggi e non sei turista il tuo modo di vedere la vita quotidiana si evolve: ogni volta è diverso in base al posto dove ti trovi, inizi a far caso a cose di cui prima non conoscevi neanche l’esistenza. E in Turchia inizi a far caso a un mucchio di cose: che lì non si vende alcol, che sui bus ti offrono vivande e acqua di colonia profumata, che se entri a casa di qualcuno devi togliere le scarpe, che durante i pasti bevono uno yogurt salato che si chiama ayran, che hanno una loro pizza e milioni di kebab diversi e squisiti, che sono fissati col narghilè… ma cambia poco. È superata Istanbul che ti rendi conto di essere uscita dai tuoi canoni esistenziali: sei appena entrata in Medio Oriente.

Quel Medio Oriente che da piccola immaginavo come nelle storie delle Mille e una notte, e che poi è diventato scenario di guerra e terrore nei telegiornali. Ma se non ti dai da fare per conoscerlo davvero, non capirai mai un cazzo di come e perché vivono così.

In Turchia ci sono stata tre volte: la prima per più di tre mesi, da sola, tra dicembre 2022 e febbraio 2023… è il racconto che segue. La seconda solo due giorni, di scalo a Istanbul tornando dal Pakistan. La terza nell’estate 2024 con Gullo, di quella vi racconto una cosa, più avanti.


Ci sono stata quasi un mese intero, e sono stati i giorni più cari di tutto il viaggio: su Couchsurfing non mi ha risposto nessuno, troppa richiesta, troppa gente di passaggio nelle grandi città. Ho dormito tra un ostello a Sultanahmet e uno a Galata, e da soli valgono più di un terzo di tutto quello che ho speso in alloggi in sette mesi di viaggio.

Il Grand Bazaar di Istanbul (Kapalıçarşı) è uno dei mercati coperti più grandi e antichi del mondo, con oltre 60 vie e 4.000 negozi. Nel Medioevo, per proteggere i beni più preziosi (oro, spezie e stoffe pregiate) dai frequenti incendi che colpivano le case in legno della città, gli orafi e i mercanti costruirono il Iç Bedesten, una struttura interna in solida pietra con spessissime porte in ferro battuto che venivano sbarrate ogni sera a chiave.

Ho girato la città sia dal lato europeo che da quello asiatico, ed è bellissima ovunque. Sultanahmet resta la parte più bella per la spiritualità che si respira intorno a Santa Sofia e alla Moschea Blu. Ci sono entrata più volte solo per alzare gli occhi ai soffitti, così come la Süleymaniye, che domina la città dall’alto della sua collina ed è forse la moschea che mi ha lasciata più senza fiato di tutte. Ma se ti perdi nei quartieri scopri scorci fantastici a ogni angolo. Ci sono il Palazzo Topkapi, la Cisterna Basilica con le sue colonne che spuntano dall’acqua verde, il Gran Bazaar con più di 2000 negozi, e il Bazaar delle Spezie dove il profumo ti entra in testa prima ancora di vedere le bancarelle. Galata con la sua torre e il ponte pieno di pescatori che tirano su la lenza tutto il giorno, Balat con le case colorate una diversa dall’altra, il giro sul Bosforo fino al lato asiatico, il Palazzo di Dolmabahçe sfarzoso e quasi fuori luogo, Kadıköy più alternativa e viva la sera, la piccola Moschea di Rüstem Pasha rivestita di ceramiche İznik che da fuori non ti aspetti così preziosa dentro. E poi piazza Taksim e Istiklal, sempre piene di vita a qualsiasi ora, la zona di Pera con le sue viuzze eleganti, lo stadio che si sente ruggire anche a distanza nei giorni di partita, e la Moschea di Çamlıca, enorme e modernissima sulla sponda asiatica, che vista da lontano sembra quasi finta per quanto è imponente.


Da Istanbul sono scesa verso Denizli, per vedere Pamukkale, il castello di cotone. Ho fatto il bagno nelle piscine di Cleopatra, tra colonne romane sommerse, ho passeggiato scalza sulle terrazze bianche di sale, ho ammirato Hierapolis e il suo anfiteatro romano, e sono passata anche dalla necropoli e dalla cosiddetta bocca dell’inferno: il Ploutonion, un varco nella roccia che nell’antichità si credeva portasse dritto negli inferi. Con quei tramonti rosa sulle piscine cristalline capisci subito perché è patrimonio dell’umanità.

Konya: i dervisci e una sera con Erdoğan in sala


Da Pamukkale sono arrivata a Konya, proprio nei giorni dello Şeb-i Arus: la commemorazione della morte di Rumi, la “notte del ricongiungimento”, che ogni anno tra il 7 e il 17 dicembre riempie la città di cerimonie. Ho visto vari spettacoli di dervisci roteanti, e in uno di questi eventi c’era in sala pure Erdoğan. È una città mistica, e vederli roteare con quella pace interiore addosso è qualcosa che non si riesce a spiegare a parole, va visto.

Nel cuore dell’Anatolia centrale sorge Konya, la città spirituale fondata sulle parole del grande poeta e mistico Sufi Jalal al-Din Rumi. Qui è nata la pratica rituale del Sema, la danza meditativa dei Dervisci Rotanti. Durante la cerimonia, i monaci ruotano su se stessi a ritmo di musica spirituale con la mano destra rivolta verso il cielo (per ricevere le benedizioni divine) e la sinistra verso la terra (per trasmetterle all’umanità).

Ho visto il Museo Mevlana col mausoleo di Rumi, la Moschea Alaeddin, la Moschea Şerafeddin, il Museo Karatay con le sue ceramiche selgiuchidi, e tutto il centro storico intorno al mausoleo. Ed è stato anche il posto del peggior boccone di tutto il viaggio: il çiğ köfte dürüm, palline di carne condita ma cruda, piccante, avvolte nella piadina. Terribile, non lo rifarei per niente al mondo.

Da Konya sono arrivata in Cappadocia. A Göreme ho dormito una sola notte in ostello, poi il giorno dopo mi ha risposto Yaşar su Couchsurfing, e mi ha ospitata per più di due mesi a casa sua, a Uçhisar. Una notte, però, sono andata a dormire da sola in una cave house, tanto per provare l’emozione: 50€, ma con la vasca idromassaggio in camera. Bellissimo.

Le mongolfiere le ho viste partire una decina di volte, sveglia alle quattro del mattino comprese, e ci sono anche salita a bordo, ferma a terra, giusto per curiosare. Ma 300€ per il giro vero non mi hanno convinta a buttarli, per quanto lo spettacolo da terra, con l’alba che si accende dietro centinaia di palloni colorati sui camini delle fate, valga già da solo la sveglia.

In Cappadocia (come a Derinkuyu o Kaymaklı) esistono intere città sotterranee scavate nel tufo capaci di ospitare fino a 20.000 persone con bestiame e provviste. Costruite per sfuggire alle invasioni, le strutture scendevano fino a 85 metri di profondità e contenevano stalle, pozzi, cantine e persino scuderie. Il vero capolavoro ingegneristico era il sistema di aerazione: centinaia di condotti verticali in pietra garantivano aria fresca e pulita fino ai livelli più profondi.

Ho girato il Göreme Open Air Museum con le sue chiese scavate e affrescate, la Love Valley, la Rose Valley e la Valle Bianca tra i camini di roccia, la Pigeon Valley e la Devrent Valley con le sue rocce che sembrano animali pietrificati, le città sotterranee di Derinkuyu e Kaymaklı scavate su più livelli sottoterra, il castello di Uçhisar da cui si vede tutta la regione, Pasabag che è la Valle dei Monaci, Avanos, il paese dei ceramisti sul fiume Kızılırmak, e poi Ürgüp, Nevşehir e una gita fino a Kayseri, con l’Erciyes innevato sullo sfondo. Ho conosciuto un sacco di gente lì, di cui parlo anche in altri articoli.

Ankara, Mersin, e ritorno in Cappadocia


A metà soggiorno sono salita ad Ankara per il visto iraniano. Le ambasciate, la camerata dell’ostello, le persone che mi hanno tranquillizzata sull’Iran prima ancora di partire: quella parte l’ho già raccontata per intero qui. Da Ankara sono tornata in Cappadocia da Yaşar, poi dopo qualche giorno siamo partiti insieme per qualche giorno a Mersin per il suo compleanno. Dopo le ultime scampagnate in Cappadocia sono partita per risalire verso l’est.

Ed è stato proprio in quei giorni finali a Uçhisar che il 6 febbraio la terra ha tremato nel sud-est del paese (anche questa è una storia raccontata per intero nello stesso articolo). Il giorno prima di ripartire, poi, mi ha aggredita un branco di cani da pastore mentre giravo dietro al castello: pure quella la trovate lì, per intero. Qui basti sapere che sono arrivata a Erzurum già sotto antibiotico preventivo, con Nemrut cancellato dall’itinerario per via del terremoto.


Il freddo l’ho sperimentato sulla mia pelle proprio a Erzurum, gennaio, -21 e passa. Quintali di stalattiti di ghiaccio sotto i tetti delle case, la gente del posto che ci litigava per buttarle giù prima che cadessero da sole, e lastre di ghiaccio per strada su cui scivolavo di continuo. Ma la città sotto la neve è bellissima, e si mangia da paura… molto diverso dal resto della Turchia, i miei dolci preferiti di tutto il viaggio li ho mangiati proprio lì.

Sono stata ospite di un signore conosciuto su Couchsurfing per sei giorni. Era un po’ povero, dopo un brutto incidente sul lavoro, si vedeva, pioveva dentro casa. Ma era un vecchietto dolce e angelico, con una voglia di aiutare il prossimo meravigliosa, mi ha fatto da guida per tutta la città e alla fine mi ha regalato una borsa artigianale fatta con tappeti turchi. Mi ha detto una frase che mi porto ancora dietro: “Quando vivi dando il cuore al prossimo, la vita ti sorride sempre.” Ho visto con lui la Moschea-Medresse Çifte Minareli con le sue doppie minarette, simbolo della città, la Moschea Ulu Cami, la cittadella di Erzurum, il Museo Yakutiye Medresesi e tutto il centro storico ottomano.

Erzurum, situata su un altopiano ad oltre 1.900 metri di altitudine, è una delle città più fredde della Turchia. Per resistere ai rigidi inverni anatoli, la tradizione locale prevede l’uso dei tandır, particolari forni di terracotta incassati direttamente nel pavimento delle cucine. Oltre a essere usati per cuocere il pane fresco attaccandolo alle pareti roventi del forno, riscaldavano l’intero ambiente sotterraneo della casa.

Doğubeyazıt, e la dogana per l’Iran


L’ultima tappa turca prima del confine. Una notte in un motel qualunque, giusto il tempo di riprendere fiato prima della frontiera di Gürbulak-Bazargan e di tutto quello che mi aspettava dall’altra parte.

Il carattere dei turchi


I turchi caratterialmente sono molto napoletani, secondo me: hanno atteggiamenti identici ai nostri. Contrattano fino alla morte, sono smart e ingegnosi, si inventano mille lavori, sono allegri e casinari, calorosi come noi. Anche se ti hanno conosciuto oggi, sembra ti conoscano da una vita. Se rifiutavo un çay che mi offrivano, mi urlavano contro che non gliene importava niente, e alla fine dovevo berlo lo stesso per educazione. Non so spiegarlo meglio di così: sono cose a pelle, ci si trova e basta.

Donne e usanze


Insomma, tutto stupendo, tutto fantastico, finché non inizi a notare le donne col velo, gli uomini che non ti rivolgono la parola perché sei donna, i posti in cui possono entrare solo gli uomini, le donne che nelle moschee devono pregare da parte. Che dalla Turchia in poi gli uomini non ti parlino è un dato di fatto, lo vedi in strada: se sono con un uomo e faccio una domanda, rispondono a lui, non a me. Se sono sola, sono educati ma freddi. Ci sono molti circoletti in cui una donna non può proprio entrare, ma in Cappadocia quando ero ospite di Yaşar, potevo entrare ed essere presente a qualsiasi cosa, perché ero sua ospite, e questo mi bastava per capire quanto conti lì l’essere invitati da qualcuno del posto.

Nelle moschee, vedere le donne pregare separate mi ha sempre dato l’impressione di esiliate. Non lo trovo bello, il modo in cui l’islam in generale tratta le donne, è una mia opinione, non pretendo che sia l’unica lettura possibile, ma è quello che ho sentito ogni volta che l’ho visto.

Pian piano ho iniziato comunque a capire queste usanze, la loro cultura religiosa: è un continuo scoprire un modo di pensare lontano anni luce dal mio, che rispetto anche quando non lo condivido.

Cibo e stazioni degli autobus


Ho scoperto che il kebab esiste in milioni di varianti diverse, una per città, e ce n’è dappertutto: ne ho mangiati di buonissimi anche in Iran, Armenia e Georgia, per non parlare della Grecia dove è a bizzeffe quanto qui. Il mio preferito resta l’Adana kebab, e adoro il kebab al piatto con pilaf e verdure.

Ho adorato anche i loro giganteschi stazionamenti degli autobus, gli otogar: sono delle specie di piccoli centri commerciali intorno ai terminal, puoi mangiare, andare in bagno, comprare souvenir. Viaggiando spesso di notte mi hanno dato un tetto sopra la testa più volte, e non ti senti mai abbandonata nel nulla come invece capita altrove.

Quello che non ho amato per niente sono stati i bagni alla turca. Punto.

Il ritorno del 2024


Ed eccola, la cosa che vi dovevo. Nel 2024, tornando in Turchia in coppia, al confine di Sarpi tra Batumi e Trabzon mi hanno bloccata in dogana un’ora intera per una multa che avevo già pagato due anni prima, a Istanbul, tornando da Karachi. Alla terza volta non avevo più il cedolino cartaceo. E in Turchia, se il sistema non ce l’ha, per lui non è mai successo. L’ho pagata di nuovo, cento euro, tra fotocopie e cambio valuta, mentre fuori il bus aspettava senza sapere niente, e chi era con me ormai mi aveva data per dispersa.

Nonostante tutto questo, il freddo, i cani, la multa pagata due volte… la Turchia resta un posto a cui voglio bene in un modo che non so spiegare del tutto. Oh mia bella Turchia, ci vediamo presto.

Merhaba

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