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GERMANIA

EUROPA


La Germania l’ho vista in tre riprese e tutte piuttosto lontane: Monaco nel 2012, Berlino nel 2017 e di nuovo Berlino nel 2020. Erano gli anni in cui non mi segnavo niente, né i posti, né quello che provavo, quindi diario zero. Mi restano dei frammenti sparsi: una birreria, la neve, delle cupole a cipolla e una signora enorme che mi rincorre dentro un bagno pubblico. Li ho rimessi in fila così come sono tornati a galla. Prendere o lasciare.

L’omino dei semafori con il cappello (Ampelmännchen) nacque a Berlino Est nel 1961 su idea dello psicologo Karl Peglau per rendere più sicuri gli attraversamenti pedonali. Dopo la caduta del Muro e la riunificazione della Germania, il governo voleva sostituirli con i semafori classici dell’Ovest, ma ci fu una vera protesta popolare dei cittadini: oggi l’omino dell’Est è diventato un cult e il simbolo pop per eccellenza della capitale.


Monaco non era la meta finale, era una sosta: un viaggione in macchina da Napoli a Praga, in cinque, con tappe a Firenze e Innsbruck per non morire alla guida. Due giorni a Monaco all’andata, cinque a Praga, altri due a Monaco al ritorno, e poi tutta la strada a ritroso fino a casa. Dormivamo stipati nella stessa camera familiare da cinque: io, unica donna, in mezzo a quattro maschi e a una puzza di piedi che ancora oggi, a distanza di anni, si merita una menzione d’onore.

All’ingresso della Frauenkirche si notano una mattonella con l’impronta di una scarpa nera e lo sperone. La leggenda racconta che l’architetto fece una scommessa con il Diavolo: gli promise l’anima se fosse riuscito a costruire una chiesa senza finestre visibili dall’ingresso. Il Diavolo entrò, guardò verso l’altare e ridette vedendo solo colonne (che coprivano le vetrate laterali). Ridendo di gioia batté forte il piede lasciando l’impronta, ma quando fece un passo avanti le finestre apparvero: furioso, si trasformò in un vento che ancora oggi soffia intorno alla cattedrale.

Le sere, però, quelle sì che me le ricordo. Le passavamo spesso alla Hofbräuhaus, boccali da un litro e tavolate, per poi rientrare in albergo con quel passo allegro e ondeggiante di chi ha festeggiato con criterio. Ed era estate. E Monaco d’estate è tutta un’altra faccenda: serate fresche, turisti di buonumore, un brusio contento che ti segue per il centro. Di giorno il solito giro del cuore storico: Marienplatz e il Municipio Nuovo, il carillon che parte puntuale a fare il suo spettacolino, le cupole a cipolla della Frauenkirche che spuntano sui tetti, il mercato del cibo, le chiese. Poca cronaca, tanta atmosfera. È il ricordo di un viaggio giovane e felice, e va benissimo così com’è.


Berlino l’ho vista due volte, tutte e due in pieno inverno, e tutte e due le volte con l’outfit sbagliato, ma in due modi esattamente opposti, perché evidentemente non imparo.

La prima, novembre 2017, ero equipaggiata come per una spedizione al Polo: giaccone pesante, stivali da neve, kit completo. E infatti nevicava sul serio, il cielo di quel blu tersissimo che fa solo il freddo secco, e tra un monumento e l’altro partivano le battaglie a palle di neve. Dormivo in un ostello carinissimo, con un localino all’ingresso dove ci si fermava a bere la sera. Diviso e ripetuto, il giro delle cose viste: la Porta di Brandeburgo, il Reichstag, la Torre della TV, la Colonna della Vittoria, la mia preferita, su cui salivo ogni volta volentieri fino in cima a guardarmi la città dall’alto.

E poi la East Side Gallery e tutti i pezzi di Muro sparsi per la città, le statue di Kreuzberg, Checkpoint Charlie, tutto quello che riguarda il Muro e la sua storia che a Berlino ti aspetta dietro ogni angolo, e una bella scorpacciata di locali underground, di quelli che qui trovi a ogni passo. L’Isola dei Musei adoro per intero: il Pergamon su tutti. poi ho visto il l Museo Ebraico, il DDR Museum, la Topografia del Terrore sul sito della Gestapo. E ancora il Gendarmenmarkt, il viale dei tigli di Unter den Linden, Potsdamer Platz, il Tiergarten che è una meraviglia. Dei musei mi restano soprattutto due cose: il Pergamon, e le foto più cretine della mia vita fatte accanto alle statue, inclusa una, fuori dal Dom, con una statua dal fondoschiena così maestoso da meritarsi uno scatto tutto suo.

Il celebre murale sul tratto più lungo rimasto del Muro di Berlino raffigura il “Bacio Fraterno” tra il leader sovietico Leonid Brežnev e il presidente della Germania Est Erich Honecker. Riprodotto dall’artista Dmitri Vrubel nel 1990, il dipinto si basa su una foto reale scattata nel 1979 durante il 30° anniversario della Repubblica Democratica Tedesca: all’epoca il bacio sulla bocca tra leader comunisti era un saluto d’uso ufficiale chiamato “saluto fraterno socialista”.


La seconda volta, metà gennaio 2020, ho voluto fare la furba e l’ho pagata cara. Siccome il meteo non dava neve, sono partita con un cappottino invernale ma non imbottito, convintissima che sarebbe stato un freddo come il nostro. Ho tremato dal primo all’ultimo giorno come una deficiente. Il che, sia chiaro, non mi ha fermata: ho macinato chilometri a piedi come sempre. Ero con un amico, ed eravamo anche andati a trovare un’amica che viveva lì. E stavolta, più dei monumenti, mi sono rimasti i posti: il bar-museo dei Ramones, i giri infiniti al parco, i vicoletti con le birrerie una dietro l’altra, un sacco di cibo buono e gulash a volontà.

Di quel viaggio mi porto dietro due scene. La prima: la sera in albergo accendo sempre la TV, mi piace vedere che programmi passano all’estero, e in quei giorni al telegiornale parlavano di uno strano virus ancora tutto da accertare. Io ero già in fibrillazione, e i miei amici mi sfottevano perché la prendevo troppo sul serio. Poche settimane dopo è arrivato il lockdown. Ecco, per la cronaca: avevo ragione io.

La seconda è pura comicità. Potsdamer Platz, io che scoppiavo dalla pipì. Chiedo al mio amico di ordinarsi qualcosa così da potermi fiondare in bagno; lui si siede ai tavoli, io scendo le scale verso la toilette. Giù trovo una signora tedesca enorme e ubriaca fradicia che si mette a urlarmi contro qualcosa. Le allungo delle monete e si calma. Esco dal bagno e riparte: urla di nuovo, sputando a distanza i pezzi di panino che sta ancora masticando. Io non capisco una parola. Lei si alza e mi viene incontro, la faccia sempre più gonfia e paonazza. A quel punto mi abbasso, le passo sotto il braccio e scappo, lasciandola lì spiazzata dal mio passo felpato. Risalgo le scale a razzo e sibilo solo: «muoviti, corri fuori, non chiedere niente, muovitiii». Siamo usciti di filato come due cretini. E ancora oggi non ho la più pallida idea di cosa volesse quella donna.

La Quadriga di bronzo (la carrozza guidata dalla Dea della Pace) in cima alla Porta di Brandeburgo guarda verso Est, cioè verso l’interno della città storica. Nel 1806, dopo aver conquistato Berlino, Napoleone Bonaparte rimase così affascinato dalla scultura che la fece smontare e spedire a Parigi come bottino di guerra. Venne restituita e rimontata nella sua posizione originale soltanto otto anni dopo, con la sconfitta di Napoleone.


Della Germania non mi resta l’elenco dei monumenti, quello lo trovi su qualsiasi guida. Mi restano le tavolate alla Hofbräuhaus, la neve tersa del 2017, il cappotto sbagliato e i denti che ballano del 2020, e una signora inferocita in un seminterrato che non saprò mai cosa diavolo mi stesse dicendo. La memoria funziona così: butta via le didascalie e si tiene le scene.

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