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tappe di “Da Cracovia a Belgrado via terra” — agosto 2025

EUROPA CENTRALE

Budapest è stata la terza tappa (anche se non è la mia prima volta) del nostro mega-viaggio via terra: un coast-to-coast intenso partito da Cracovia, passato per il freddo mattutino di Bratislava e che dopo Budapest ci avrebbe poi portati verso Timișoara e Belgrado.
Ignari del fatto che ci avrebbe regalato il mix perfetto di monumenti da sindrome di Stendhal e situazioni ai confini della realtà.

Siamo arrivati in treno a metà pomeriggio da Bratislava. Parliamo subito del nostro ostello: per fortuna avevamo una camera privata, ma l’accoglienza è stata un trauma: una puzza di monnezza indicibile all’entrata e, come bonus, un senzatetto locale che entrava regolarmente in casa per cucinarsi la cena. In camera ci siamo ritrovati a fare incastri di mobili come in un tetris improvvisato, il tutto sotto l’occhio vigile di qualche cimice da letto come animale di compagnia. Ma ehi, dopo l’umidità c’è stata la camera bellissima, me lo aspettavo il rientro al degrado.

La onesta impressione di Gullo su Budapest? È come certe donne dell’Est: rifatta benissimo sopra, ma un po’ racchia dentro. C’è un contrasto fortissimo tra la maestosità imperiale dei palazzi e il degrado della strada, con senzatetto letteralmente ovunque. In più, sembrava di stare sul set di un medical drama americano: un viavai continuo di ambulanze a sirene spiegate, robe che nemmeno a Roma. A me invece Budapest piace in tutte le salse! L’ho visitata più volte in lungo e in largo, e la adoro.

Sopravvivere al low cost, spoiler: non lo è più


Se pensi che Budapest sia economica, aggiorna i tuoi dati: non lo è più. Tra i tram che costano un occhio della testa, 5€ di commissione fissa a ogni prelievo bancomat e hot dog turistici a 12€ (anche no, grazie), il portafoglio ha pianto. I nostri salvavita? Camminare a piedi e fermarsi dove il cuore desidera. Le cene improvvisate al market dopo ore di cammino anche qui ci hanno aiutato parecchio! Alla fine, come a casa: basta avere un pacco di pasta nello zaino e la fame si sconfigge.

Lungo la riva del Danubio, nei pressi del Parlamento, si trova uno dei memoriali più toccanti della città: 60 paia di scarpe in ferro stile anni ’40 fissate sulla banchina di pietra. L’opera di Gyula Pauer ricorda gli ebrei vittime del partito fascista delle Croci Frecciate durante la Seconda Guerra Mondiale, che venivano costretti a togliersi le scarpe di valore prima di essere fucilati e lasciati cadere nel fiume.

Una settimana di chilometri, festival e svenimenti


In una settimana abbiamo macinato così tanti chilometri che il mio ragazzo si è ritrovato con una collezione di vesciche sui piedi da record. Abbiamo beccato festival continui in giro per la città, scambi culturali bizzarri e scene da film — una ragazza svenuta davanti a noi in mezzo alla calca, un violinista che suonava ovunque agli angoli delle strade. Tra l’altro, abbiamo scoperto che a Budapest ogni singola cosa sembra chiamarsi allo stesso modo. Scegliete nomi diversi per città e vie, non potete usare lo stesso per tutto.

Il Parlamento e il Danubio: che spettacolo il Parlamento illuminato la sera. Prima di godercelo, però, abbiamo passato un’ora a chiederci dove fossero esattamente le famose scarpe sul lungofiume — memoriale che rende omaggio alle vittime ebree della Seconda Guerra Mondiale. Alla fine lo abbiamo trovato, ed è da pelle d’oca, così come la Sinagoga, il Ponte delle Catene e il memoriale sovietico a Liberty Place.

La sponda di Buda: abbiamo preso la funicolare fino al Castello di Buda, visitato la Chiesa di Mattia, la Cittadella e il Bastione dei Pescatori — quest’ultimo sembra un castello di sabbia gigante. Nota di merito per l’Ospedale nella Roccia, un bunker sotterraneo che merita assolutamente la visita.

Parchi e mercati: abbiamo girato il Central Market Hall (un po’ troppo turistico) e lo street food del Mercato Karavan. Poi ci siamo persi nel parco Városliget, tra il Nuovo Museo Etnografico, il Museo delle Belle Arti e il Castello di Vajdahunyad, che per noi resterà per sempre il Castello di Dracula.

Chicche nerd e alcoliche: ci siamo rifugiati sotto qualche goccia di pioggia in una sala giochi pazzesca piena di flipper. Immancabile la serata allo Szimpla Kert, il ruin bar per eccellenza — dentro ci sono delle good vibes pazzesche, sembra un museo d’arte contemporanea fatto di rottami. Splendido. Ci siamo spinti anche fino al Memento Park, fuori dal centro, per vedere le vecchie statue colossali dell’epoca comunista.

Cosa abbiamo visto (e cosa abbiamo cercato invano)

Partiamo dal Parlamento: minchia, quant’è frisc illuminato la sera! Però, prima di godercelo, abbiamo passato un’ora a interrogarci nel vuoto: «Ma dove cazzo stanno le scarpe sul Danubio?!». Alla fine le abbiamo trovate, ed è lì che il tono cambia di colpo. Sono le Scarpe sul Danubio, il memoriale dell’Olocausto: sessanta paia di scarpe di ferro fuse sulla riva, nel punto esatto in cui, tra il 1944 e il ’45, i fascisti ungheresi delle Croci Frecciate fucilarono migliaia di ebrei buttandoli nel fiume, dopo averli costretti a togliersi le scarpe. Davanti a quelle scarpine di metallo cala un silenzio irreale, un’aria diversa — è da pelle d’oca, e non per modo di dire.

La stessa aura la ritrovi a Piazza della Libertà (Szabadság tér), dove sorge il grande Memoriale alle vittime dell’occupazione tedesca: l’arcangelo Gabriele, l’Ungheria, che viene ghermito dall’aquila imperiale del Reich. Nella stessa piazza svetta anche l’obelisco del Memoriale sovietico. Due pesi della storia a pochi passi, e di nuovo quel silenzio addosso. Lungo il fiume, poi, ci sono il Ponte delle Catene con i suoi maestosi leoni.

Il Ponte delle Catene (Lánchíd) fu il primo ponte permanente a collegare Buda e Pest sul Danubio. Ai quattro ingressi svettano imponenti leoni di pietra scolpiti da János Marschalkó. La leggenda racconta che durante l’inaugurazione un ragazzo notò che ai leoni mancava la lingua; lo scultore, distrutto dalla vergogna per l’errore commesso, si sarebbe buttato nel fiume. In realtà le lingue ci sono, ma sono posizionate in basso e non si vedono dal piano stradale!

Passata sulla sponda di Buda, abbiamo preso la funicolare fino al Castello di Buda e girato la Collina del Castello: la Chiesa di Mattia coi suoi tetti a mosaico e il Bastione dei Pescatori, che sembra un castello di sabbia gigante. Nota di merito per l’Ospedale nella Roccia, un ospedale-bunker scavato sotto la collina, usato nella Seconda guerra mondiale e poi come rifugio antiatomico durante la Guerra Fredda — e coi bunker, ormai lo sapete, vado a nozze. Poco più in là c’è la collina Gellért, con la Cittadella in cima: la camminata che parte dalla cascata in basso, vicino alle terme, e sale fino in vetta regala un panorama da paura su tutta la città.

Le terme, invece, ce le siamo risparmiate: sono l’icona di Budapest, ma per i nostri gusti c’era troppa folla. Noi preferiamo consumare le suole.

Il nostro parco del cuore è stato il Városliget. Lì c’è il nuovo Museo Etnografico, che amo soprattutto per l’esterno: un edificio pazzesco con il tetto verde inclinato che si cammina, coperto di installazioni, con la città che si apre davanti dall’alto. Lì attorno gravitano il parco della musica e la Casa della Musica, e poco distante il Museo delle Belle Arti (lo Szépművészeti) e il Castello di Vajdahunyad, che per noi resterà per sempre il Castello di Dracula. Per il cibo, il Central Market Hall è un po’ troppo turistico: meglio lo street food del Mercato Karavan. E in piazza Santo Stefano, davanti alla Basilica, ci siamo goduti dei concerti di musica classica dal vivo (a conferma che qui, prima o poi, tutto torna a chiamarsi Istvan).

Il resto sono le nostre chicche più nerd e alcoliche: una sala giochi pazzesca piena di flipper dove ci siamo riparati dalla pioggia, il Metal Art Museum (carinissimo per divertirsi) e l’immancabile serata allo Szimpla Kert, il Ruin Bar per eccellenza, che sembra un museo d’arte contemporanea fatto di rottami: splendido. E per chiudere ci siamo spinti fino al Memento Park, fuori dal centro, a vedere le vecchie statue colossali del comunismo — quel gigantismo post-sovietico che, ormai lo sapete, mi fa battere il cuore.

Nei primi anni 2000, nel quartiere ebraico di Budapest, molti edifici storici versavano in stato di abbandono. Un gruppo di ragazzi decise di affittare questi spazi a basso costo e arredarli con mobili di recupero, vecchie auto tagliate a metà e oggetti stravaganti, creando il celebre “Szimpla Kert”. È nata così la moda unica dei Ruin Bars, oggi simbolo della nightlife alternativa della città.

L’addio verso i Balcani


La nostra settimana a Budapest si è conclusa alla stazione di Keleti, popolata da personaggi al limite del surreale. Ci aspettava una partenza notturna in treno verso la Romania — per sopravvivere alla notte in bianco con posto a sedere scomodo mi sono scolata una bevanda al guarana, risultato: occhi sbarrati, non ho dormito un secondo.

Ma mentre il treno si allontanava, con il Parlamento alle spalle, ho pensato che Budapest, con tutte le sue cimici, i suoi senzatetto chef improvvisati e i suoi contrasti, ci aveva regalato un frammento di viaggio pazzesco.

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