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tappe di “Da Sofia a Karachi via terra” — novembre 2022 – maggio 2023

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Atterrare a Sofia con un volo low cost di mattina doveva essere l’inizio di una nuova avventura, ma l’impatto con la Bulgaria mi ha messa subito alla prova. Ero da sola, con il mio zaino in spalla, e ho dovuto fare i conti con il primo grande mistero locale: i citofoni. A quanto pare a Sofia i nomi e i numeri sui portoni sono considerati dettagli del tutto superflui. Ho passato ore a girare a vuoto, in mezzo a palazzi dall’aria austera, alla disperata ricerca del mio alloggio.

Sì, perché dal momento esatto del mio arrivo ha iniziato a piovere. E non ha smesso per quasi una settimana. Visitare un’intera città sotto un cielo grigio e plumbeo, con i piedi sempre umidi, è stato uno stress infinito. Eppure dentro di me c’era una strana, bellissima calma: sapevo che da lì a pochi giorni sarei salita sul leggendario treno notturno per Istanbul. Quella prospettiva mi dava una carica incredibile e mi faceva sopportare tutto. Persino l’ostello.

L’ostello, ovvero: la mappa dei bagni


L’ostello era una struttura enorme e decisamente fatiscente. Aveva interi piani sventrati per lavori di ristrutturazione e i bagni erano un mezzo disastro. La situazione era talmente comica che, complice la pioggia che mi costringeva a passare più tempo dentro del previsto, ho sviluppato una dote di sopravvivenza inaspettata: ho imparato a memoria la mappa e gli orari di agibilità dei bagni di ogni singolo piano, per evitare brutte sorprese.

Nel frattempo i miei compagni di camerata vivevano in un mondo parallelo: dormivano di giorno e sparivano nei locali di notte. Così le mie giornate solitarie sono scivolate via veloci, divise tra esplorazioni bagnate per la città e bellissime chiacchierate con la gente strana e stravagante che incrociavo nelle stanze comuni.

Il fascino di una terra di mezzo


Nonostante il meteo e le fatiche, Sofia mi ha affascinata tantissimo. C’è un’atmosfera unica, un po’ decadente e nostalgica. Essere lì da sola mi ha permesso di assaporare ancora di più quella sensazione fisica di transizione: la Bulgaria è a tutti gli effetti l’ingresso nel mondo orientale dal lato europeo, e lo si percepisce in ogni angolo. È stato il perfetto, mistico “pre-viaggio” prima di tuffarmi nel caos della Turchia.

Dopo la caduta del comunismo negli anni ’90, molti abitanti di Sofia aprirono piccole attività nei seminterrati dei palazzi. Non potendo permettersi veri locali, trasformarono le finestrelle del sotterraneo su strada in vetrine e banconi. Nacquero così i “Klek Shop” (klek significa accovacciarsi): negozi dove ci si deve letteralmente piegare sulle ginocchia per ordinare e comprare snack, sigarette o bevande.

Le cupole dorate delle chiese ortodosse, i profumi speziati, i mercati: un senso di scoperta continuo, che la pioggia — a modo suo — rendeva ancora più intimo e riflessivo.

La mia mappa di Sofia con l’ombrello sempre aperto


Il gigante d’oro. Il mio punto di riferimento è stata la maestosa Cattedrale di Aleksandr Nevskij: una delle chiese ortodosse più grandi al mondo, con le cupole dorate e verdi che brillano di una luce quasi mistica anche sotto il cielo più grigio. Lì vicino sorge la più antica e austera Chiesa di Santa Sofia, quella che dà il nome alla città.

Architetture da fiaba. Mi sono letteralmente innamorata della Chiesa russa di San Nicola, con le cupole a cipolla dorate che sembrano uscite da un libro illustrato. Ho visitato anche la solenne Sinagoga di Sofia e la vicina Moschea Banya Bashi, l’unica attiva in città: la testimonianza di questo incredibile crocevia di culture e religioni.

Nel centro di Sofia esiste un punto dove, camminando per soli due minuti, si trovano quattro luoghi di culto di fedi diverse ancora attivi: la Cattedrale Ortodossa di Sveta Nedelya, la Moschea Banya Bashi, la Sinagoga di Sofia (la più grande dei Balcani) e la Cattedrale Cattolica di San Giuseppe. È uno dei pochissimi esempi al mondo di perfetta convivenza architettonica e religiosa nello stesso quartiere.

La storia sotto i piedi. Una delle cose più incredibili è Serdika. Sotto il livello della strada, proprio all’uscita della metropolitana, si cammina in mezzo ai resti archeologici dell’antica città romana. Un museo sotterraneo, gratuito.

Simboli e monumenti. Ho cercato con lo sguardo l’imponente Statua di Santa Sofia, la statua di bronzo che domina il centro con i simboli della saggezza, e ho visitato la Galleria Nazionale per un po’ di riparo culturale.

Ponti e parchi. Ho attraversato lo storico Ponte delle Aquile e il caratteristico Ponte dei Leoni, sorvegliato da grandi statue di bronzo, per poi concedermi una passeggiata rigenerante nel verde e dare un’occhiata allo stadio cittadino.

A Sofia fai attenzione ai gesti non verbali! In Bulgaria annuire dall’alto in basso significa “NO”, mentre scuotere la testa da destra a sinistra significa “SÌ”. La leggenda vuole che questo gesto al contrario nacque durante la dominazione ottomana: quando i soldati minacciavano i bulgari per farli rinnegare la propria fede, essi scuotevano la testa dicendo sì con la voce per salvarsi la vita senza tradire il proprio cuore.

Sofia mi ha accolta con la pioggia, mi ha fatto faticare tra citofoni muti e bagni improvvisati, ma mi ha regalato quella straordinaria dose di adrenalina che solo i viaggi in solitaria sanno dare. E quando finalmente è arrivato il momento di salire su quel treno notturno per Istanbul, con il biglietto in mano, sapevo che il bello doveva ancora iniziare.

Zaino in spalla: l’Oriente mi aspettava.

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