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tappe di “Da Porto a Barcellona via terra” — agosto 2023

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Attraversare la Spagna via terra, da nord a sud e da costa a costa, significa scoprire che non esiste “una” Spagna, ma tante Spagne diverse cucite insieme. Il caldo secco e dorato della Castiglia non ha niente a che vedere con il vento oceanico della Cantabria; l’orgoglio identitario dei Paesi Baschi, con la sua lingua che non assomiglia a nessun’altra, è un mondo a parte rispetto alla Catalogna multietnica di Barcellona. Ogni regione ha la sua bandiera, il suo dialetto, la sua cucina — e attraversarle tutte in un mese, un bus o un treno alla volta, è stato un po’ come fare otto viaggi in uno.


Ogni tappa ha avuto il suo personaggio. A Salamanca è stato Klauss, il nostro coinquilino Airbnb talmente silenzioso e invisibile per tutta la settimana che lo abbiamo ribattezzato “il coinquilino fantasma”: non sappiamo nemmeno che faccia avesse. A Santander, invece, niente ostelli freddi: siamo stati ospitati da Pierpaolo, amico di Gullo, tra Caesar Salad rigeneranti e serate nei club. A Pamplona è toccato a Imanol, un fiero uomo gay che vive con quattro cani fissi più altri a giornata come dogsitter: un sistema di porte da aprire o chiudere solo in base alla posizione esatta delle bestiole, e lunghe, appassionate spiegazioni sulla storia e la resistenza basca mentre i cani ci accoglievano a ogni rientro con un coro di latrati festosi. A Saragozza, invece, il rovescio della medaglia: un host scorbutico e diffidente che ci ha chiesto una marea di anticipi e cauzioni in contanti, convinto che avremmo distrutto la stanza — a fine soggiorno non avevamo rotto nulla, e ci ha restituito tutto fino all’ultimo centesimo.

Antoni Gaudí rifiutò l’uso delle linee rette e degli angoli retti per la costruzione della Sagrada Família a Barcellona, sostenendo che “la linea retta appartiene all’uomo, mentre la curva appartiene a Dio”. Per calcolare la resistenza delle colonne inclinate che ricordano gli alberi di una foresta, Gaudí costruì un modello al contrario composto da sacchetti di pallini di piombo appesi a uno spago, sfruttando la gravità per trovare la curvatura perfetta.


Da Pamplona a Saragozza c’è stato il punto più basso, letteralmente: correndo per non perdere il bus con gli zaini in spalla, sono caduta e mi sono bucata le costole con il braccio nel tentativo di non atterrare di faccia. Gullo ha bloccato l’autista mentre io arrancavo dietro mezza morta, e si è caricato entrambi gli zaini fino all’ostello. Il premio come miglior fidanzato dell’anno, quel giorno, è andato tutto a lui.

Nel cuore di Madrid, sulla pavimentazione di Puerta del Sol, si trova la celebre placca del “Km 0”. È il punto esatto da cui partono e si misurano le 6 principali strade radianti della Spagna. Una tradizione locale vuole che pestare con il piede la pietra garantisca il ritorno in città, motivo per cui è costantemente circondata da turisti in posa.


Il fil rouge di tutto il viaggio è stato liquido: il Kalimocho (50% vino rosso, 50% Coca-Cola) ci ha accompagnati da Burgos fino ai Paesi Baschi, mentre in Navarra abbiamo scoperto il Latino, la nostra nuova droga estiva. Quando il budget o le idee scarseggiavano, la certezza assoluta in ogni città era una sola: il 100 Montaditos, con le sue cañas gelate e i mini-panini a un euro. E poi le rabas cantabriche, i calamari fritti che creano dipendenza istantanea, e le empanadas giganti castigliane divorate fin dal primo giorno a Salamanca.


Ogni regione ci ha sorpresi con qualcosa che non ci aspettavamo. A Bilbao siamo arrivati nel bel mezzo della Semana Grande (Aste Nagusia), le celebrazioni per l’indipendenza basca: ci siamo buttati subito nella mischia tra gli stand autogestiti (txosnas), festeggiando insieme a tantissimi ragazzi della comunità LGBTQ+ nella zona dei Moskotarrak. A Pamplona, invece, la sorpresa è stata al contrario: nonostante la fama della corsa dei tori, l’Encierro non lo abbiamo visto nemmeno una volta — e non ci è dispiaciuto affatto, troppo impegnati a rifugiarci dai 41 gradi nella Ciudadela. E poi c’è stato il caldo, ovunque diverso: torrido e secco nel centro, ventilato e selvaggio a Santander, dove un vento oceanico rischiava letteralmente di portarmi via.


A Barcellona ci sono tornata a distanza di quasi vent’anni: io c’ero stata a 19, tornarci a 38 con Gullo è stato come scoprire una città completamente diversa, con l’unica costante rassicurante dei lavori infiniti alla Sagrada Família. Un volo spostato all’ultimo momento ci ha regalato una notte extra improvvisata in un ostello gestito da ragazzi pakistani nel Raval, con un terrazzo dalla vista mozzafiato su tutta la città: il finale inaspettato e perfetto per chiudere un mese di viaggio via terra.

La Spagna che abbiamo attraversato non è mai stata una cartolina unica: è stata otto cartoline diverse, spedite lungo la stessa strada.

Il celebre museo progettato da Frank Gehry è rivestito da ben 33.000 lamine di titanio sottilissime. Il metallo fu scelto per la sua capacità di riflettere la luce della pioggia e del cielo di Bilbao in modi diversi a ogni ora del giorno. Originariamente il titanio era troppo costoso per il budget, ma una svalutazione improvvisa sul mercato russo rese il materiale accessibile proprio durante la pianificazione del progetto.

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