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tappe di “Da Sofia a Karachi via terra” — novembre 2022 – maggio 2023

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mare di gwadar in pakistan

PAKISTAN

ASIA

Due settimane in viaggio da sola, una scorta armata, e una città che chiamano “delle luci”


Il Pakistan è un ponte culturale tra India e Asia centrale ed è la casa di uno dei popoli più ospitali che incontrerete nella vostra vita.

Quando dicevo alla gente “devo andare in Iran” mi guardavano come un’aliena. Quando ho iniziato a dire che volevo andare in Pakistan mi hanno detto: “Okay, hai perso completamente la testa.” Sicuramente non è un viaggio leggero, e sicuramente non me ne sono resa conto appieno prima di arrivare al confine.

Il confine di Rimdan, e una scorta che non mi aspettavo


Viaggiare in Pakistan da sola, per una donna occidentale, non è una scelta che la gente capisce facilmente — e infatti nessuno la capiva.
Sono entrata in Pakistan dal confine di Rimdan, in Beluchistan, di mattina presto. Mi hanno tenuta ore ad aspettare una volante che facesse da scorta, ma verso pranzo è arrivata una camionetta dell’esercito al suo posto. Ci ho viaggiato dietro, senza tettuccio ma con i lati barricati, perché chi stava fuori non doveva vedere che viaggiavo scortata. Uno dei giovani soldati alla dogana, per spiegarmi tutto quel dispiego di uomini e mezzi intorno a una singola turista, mi ha detto solo: “Sicurezza, prevenzione, attenzione.”

Dopo ore mi hanno portata in un hotel costoso a Jiwani, l’unico che consideravano in una safe zone abbastanza sicura per me. Ero ormai abituata al Couchsurfing, e buttare 70€ per una notte lì non mi andava proprio. Così mi hanno riportata in caserma, dicendomi che potevo restare lì. Quello che non avevo capito è che avrei dovuto dividere la cella con delle vere carcerate: nessuna parlava una parola di inglese o di qualsiasi altra lingua che conoscessi, solo urdu, e non siamo riuscite a scambiarci nemmeno una chiacchiera.

Per tutto quel giorno e il successivo mi hanno scortata ovunque: a comprare il tabacco, a fare la spesa, a ritirare soldi. Quest’ultima parte me la ricordo fin troppo bene… le attese davanti a bancomat che non funzionavano mai, e il kalashnikov della guardia che mi tozzava il sedere ogni volta che si spostava. Affascinante il mondo visto dal loro lato, più o meno.

Accanto ai cantieri moderni, la costa di Gwadar conserva un’antica arte marinaresca: la costruzione artigianale delle Dhow, le tradizionali imbarcazioni in legno utilizzate per la pesca e il commercio lungo l’Oceano Indiano. I maestri d’ascia locali costruiscono enormi scafi interamente a mano e a occhio, senza l’uso di progetti cartacei né di modelli computerizzati, tramandando le tecniche di generazione in generazione.

Il giorno dopo sono passata alla caserma di Gwadar, da dove ho prenotato un bus per Karachi alla sera. Mi hanno accompagnata fino al bus spaccando il minuto, e via, tanti saluti. Pensavo fosse finita lì. Invece sono iniziati foto e controlli ogni ora per tutto il tragitto: il bus si fermava a ogni posto di blocco, salivano, mi fotografavano insieme al passaporto, e se ne andavano di nuovo.

Mausoleo di Jinnah a Karachi, Pakistan
veduta di Frere Hall a Karachi

Karachi, la città delle luci


A Karachi sono rimasta sola, nel nulla. La scorta finisce lì. È l’ottava città più popolata al mondo, la più popolosa del mondo islamico, e una delle più pericolose. Sono scesa da uno dei famosi bus coloratissimi pakistani, tra una folla che viaggiava dentro sopra il mezzo, ed è stato il primo vero trauma: l’ennesima lingua indecifrabile, l’ennesimo alfabeto sui cartelli che non capivo, povertà estrema ovunque intorno a me. E guardie con il kalashnikov in mano letteralmente ogni 20 metri, dovunque mi spostassi in centro città. Al terzo giorno mi ci ero già abituata.

Appena scesa dal bus mi sono trovata in un quartiere talmente pieno di gente che mi camminava letteralmente addosso. Mentre io sono rimasta ferma per ore ad aspettare che aprisse il centro per farmi la scheda telefonica pakistana (alla fine ce l’ho fatta), e ho contattato Haider su Couchsurfing, prendendo per andare da lui il primo di una lunghissima serie di tuk tuk: comodissimi per spostarsi, ma con una guida spericolata che sfiora la follia.

Karachi dicono non dorma mai: di giorno fa troppo caldo e la rete idrica va in tilt, così tutto si attiva di notte. Il mio primo pensiero, appena arrivata, è stato “ok, sono fottuta”. Il secondo giorno ero già innamorata. È un posto assurdo, più dell’Iran. Gente che sembra dare poco conto alla vita, umana o animale che sia, e te ne accorgi in fretta: una volta viaggiando in tuk tuk, ferma nel traffico, mi sono girata distratta verso il bordo strada e ho visto una scena schifosa con una capra che meglio non descrivere nel dettaglio, di quelle che ti restano impresse per sempre. In centro in città c’è, lungo tutta una strada, un edificio enorme che è un centro per lebbrosi, a tutt’ora funzionante. Mai vista una cosa così.

Anche lì non esiste raccolta di spazzatura né niente che assomigli all’ecologico. La città è enorme, ti ci perdi facilmente. Sono andata al mausoleo bianco di Jinnah, dove alcuni ragazzi del posto mi hanno fatta entrare gratis con le guardie, e ho girato da sola all’interno. Poi mille giri nei quartieri a cercare moschee, templi buddisti e templi indù nascosti tra le case. Il cibo, buonissimo, ma tutto piccantissimo, di quello che ti brucia anche il giorno dopo.

Karachi è la capitale mondiale della Truck Art, una forma d’arte popolare dove gli autisti spendono l’equivalente di un intero anno di stipendio per decorare i propri camion. I veicoli vengono trasformati con sculture di legno (taj), pannelli in metallo sbalzato, adesivi riflettenti e centinaia di catenelle e campanellini che “suonano” in autostrada (da cui il nome Jingle Trucks). In origine, gli autisti lontani da casa decoravano i veicoli come se fossero spose per propiziarsi la fortuna durante i lunghi viaggi.

Con Haider sono stata a molti eventi Couchsurfing, dove ho conosciuto viaggiatori da tutto il mondo: giapponesi, francesi, inglesi, cinesi, pakistani, turchi, indonesiani, e tra loro anche Alee, che mi ha ospitata dopo di lui. Qualche giorno più tardi mi sono convinta che non era più il caso di proseguire: avevo già preso troppe intossicazioni alimentari, e il cibo indiano mi avrebbe steso del tutto in quello stato. Ho preferito rimandare il sogno dell’India, a 200 chilometri di distanza.

Da lì ho preso il tuk tuk della salvezza alle dieci di sera, da sola in mezzo a Karachi, verso l’aeroporto. Due giorni tra voli per Istanbul e per Roma, e finalmente Napoli. I miei sette mesi di viaggio sono finiti così: molto più magra, con lo stomaco a pezzi, ma con il cuore pieno.

paesaggio desertico con formazioni delle Martian mountains
mercato di strada a Karachi, Pakistan

Essere donna in Pakistan


Anche lì, da repubblica islamica, la mentalità resta maschilista e patriarcale: non cambia molto a livello di libertà per le donne. Una cosa che ho notato, però, è che a differenza dell’Iran lì l’hijab è una scelta più tollerata: puoi toglierlo senza rischiare l’arresto. Questo non significa avere diritti e libertà, chiariamoci, ma dopo mesi di velo fisso in testa, saperlo mi riempiva il cuore di gioia.

Nella pratica, i primi giorni l’ho comunque tenuto quasi sempre, soprattutto fuori dal centro, e lo toglievo solo quando ero in compagnia. Piano piano, giorno dopo giorno, mi sono sciolta e ho iniziato a toglierlo più spesso, quasi senza accorgermene.

Un mosaico di popoli


La ricchezza culturale del Pakistan è dovuta alle varie etnie che convivono nel paese: urdu, sindhi, punjabi, pashtun, beluci, muhajir, kalash. Due settimane non bastano per entrarci davvero in profondità, ma è comunque uno spettacolo intuire, anche solo passandoci in mezzo, quante culture diverse si tengano insieme nello stesso paese.

A Jiwani, sulla costa del Belucistan quasi al confine con l’Iran, si trova una piccola struttura di legno nota come “Victoria Hut” (o Victoria House). Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’esercito britannico costruì qui un aeroporto d’emergenza per la RAF e allestì questo cottage speciale per Winston Churchill. Si racconta che il Primo Ministro britannico amasse soggiornarvi per osservare i famosi tramonti sul Mar Arabico, considerati tra i più spettacolari dell’Asia.

Il cricket


Il cricket lì è quello che il calcio è per noi, e forse anche di più: l’ho visto giocare ovunque, su strade piene di brecce, in periferie fatiscenti, nei parchi affollati dove anche gli adolescenti scendevano in campo, su terreni sozzi e disastrati. Non hanno idea di cosa sia il calcio, ma di cricket sono completamente drogati — e forse è proprio questo, in un paese che ha così tante crepe al suo interno, il collante che tiene insieme tutti quanti: bastava che si giocasse. E una volta tornata a casa, fuori la stazione, il caso ha voluto che ci fossero dei ragazzi pakistani che giocavano. Un finale perfetto.

Assalāmu ʿalaykum

dogana al confine tra Iran e Pakistan
parco al tramonto con skyline sullo sfondo a karachi

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