← Torna a Europa

tappe di “Da Cracovia a Belgrado via terra” — agosto 2025

SERBIA

EUROPA | BALCANI

Taccuini da Belgrado: fumo nei locali, gatti di mansarda e l’autista dell’aeroporto che si addormenta


Belgrado è stata l’ultima, intensa tappa del nostro folle viaggio via terra durato settimane: un itinerario pazzesco partito dai silenzi di Cracovia, passato per il freddo mattutino di Bratislava, le ambulanze di Budapest e i tanti italiani a Timișoara. Come vi raccontavo, ci siamo arrivati con un Uber internazionale dalla Romania: tre ore di viaggio interrotte da due stop alle dogane, con i poliziotti serbi che ci hanno sommerso di domande con delle facce profondamente incazzose. Ma se devo essere onesta, io adoro attraversare i confini in auto: ha quel sapore di viaggio d’altri tempi che i voli low cost ti negano.

Appena varcato il confine, il telefono ha squillato: tempo zero e mi erano già arrivati due messaggi di phishing. Per fortuna ad accoglierci c’era un appartamentino in mansarda davvero caruccio, pieno di gatti che gironzolavano nei paraggi, nella zona di Balkanska — un quartiere che si è rivelato una piccola miniera di bei localini a due passi da casa.

Posizionata nel punto strategico in cui il fiume Sava si tuffa nel Danubio, Belgrado ha una storia drammatica: nel corso dei millenni è stata rasata al suolo o distrutta per ben 44 volte ed è stata teatro di oltre 115 battaglie combattute da celti, romani, unni, bizantini, ottomani e austro-ungarici. Da questa incredibile capacità di rinascere ogni volta dalle proprie ceneri deriva l’anima tenace e resiliente della città.

La mia impressione a caldo? Belgrado è una città che ti rapisce piano piano. Ha un’atmosfera che sembra uscita dritta dalla nostra pagina preferita, «Viaggi del degrado»: da un lato la parte visibilmente scarrupata, logorata, piena di smog e con decisamente troppi bus e troppe bici a intasare le strade; dall’altro una Belgrado viva, storica e splendidamente ricostruita. La popolazione, poi, sembra ancora molto legata alle cose militari. E sulle proteste che ci avevano terrorizzato a Timișoara, alla fine, allarme rientrato: nemmeno l’ombra di un disordine.

Menu incomprensibili e fumo nei ristoranti


Sopravvivere ai ristoranti serbi è stata un’impresa acrobatica. I menu sono scritti in cirillico e totalmente incomprensibili, e la cosa più divertente è che non ci si capisce niente nemmeno cercando le traduzioni sul web! Siamo andati completamente alla cieca. In compenso il cibo è favoloso, porzioni abbondanti e prezzi ottimi.

Due cose vi colpiranno subito. La prima: tutti, ma proprio tutti, fumano dentro i ristoranti, sembra di essere tornati negli anni ’90. La seconda: è pieno di posticini nascosti stupendi dove bere. Mentre Gullo si immolava per la patria assaggiando mille birre locali diverse, io mi godevo l’atmosfera riparandomi sotto qualche goccia di pioggia in un bar bellissimo scoperto per caso.

Se mi chiedete se i serbi siano gentili o meno, onestamente ancora non lo so. Hanno quell’impostazione un po’ fredda, ma sotto sotto sanno svoltarti la giornata. E in auto? Esattamente come in Romania: corrono tutti come pazzi scatenati.

Cosa scoprire un po’ alla volta


Belgrado non si svela subito, va camminata e capita — e con calma. È una città enorme: dopo giorni di giri ne avremo vista sì e no poco più della metà, buttandoci un po’ a caso nelle zone che sembravano interessanti. Il nostro punto di partenza fisso era la testa di Knez Mihailova, la grande via pedonale dello shopping, all’incrocio con Terazije: lì svetta una scultura d’acciaio pazzesca, un fascio di sottili aste metalliche che si apre verso terra come uno spruzzo d’argento congelato a mezz’aria. Da quel crocevia ci lanciavamo ogni volta verso i quartieri più carini.

Il vero pezzo forte è il Parco Kalemegdan, enorme, che racchiude la spettacolare Fortezza di Belgrado, un castello davvero bello che domina la confluenza tra i fiumi Sava e Danubio. Lì attorno abbiamo scovato la Fontana di Mehmet Pascia e la particolarissima Ružica Church, una chiesa decorata all’interno con lampadari fatti di bossoli di proiettili e spade.

Le chiese, in generale, sono tutte bellissime, ma due su tutte. Il Tempio di San Sava è mastodontico, ti lascia senza fiato solo per le dimensioni. E poi c’è la piccola chiesa proprio accanto: lì dentro ho sentito delle preghiere cantate come un mantra, e sono rimasta incantata — uno di quei momenti che non cerchi e ti si piantano dentro.

L’imponente monumento in bronzo del “Vincitore” (Pobednik) a Kalemegdan, scolpito dal celebre Ivan Meštrović per celebrare le vittorie delle guerre balcaniche, doveva originariamente essere posizionato al centro di via Knez Mihailova. Tuttavia, la popolazione dell’epoca rimase così scandalizzata dall’anatomia completamente nuda dell’eroe che la giunta comunale decise di posizionarlo in cima alla fortezza, con il viso rivolto verso i fiumi e la schiena voltata alla città!

Ma la cosa che ti resta più impressa sono i palazzi bombardati. In pieno centro, a un incrocio, ci sono due edifici squarciati uno di fronte all’altro: è l’ex complesso del Ministero della Difesa, colpito dai bombardamenti NATO del 1999 e lasciato apposta così, ferito e aperto, come memoriale. La cosa che ti spiazza è il contrasto: tutt’intorno, agli altri angoli, ci sono palazzi storici stupendi, e in mezzo queste carcasse di cemento sventrato. I serbi ci tengono a non abbatterle, a tenersele lì come cicatrice. E la sensazione, davanti a quella ferita lasciata aperta nel traffico, è sempre la stessa: guerre decise da folli, e il popolo che le paga.

Poi c’è il brutalismo, che a Belgrado è di casa e io adoro senza riserve. Qui quel cemento sovietico, massiccio e severo, ce l’hai un po’ ovunque, e per me è pane per i denti.

Sbucando dalle vie laterali, tutte piccole e piene di localini, ci siamo divertiti un sacco, Immancabile una tappa al Museo di Nikola Tesla, un mito da queste parti: bello, ma onestamente bello come tutti i musei su Tesla che ho visto in giro per il mondo. E per staccare dal caos cittadino c’è l’Isola di Ada Ciganlija, una penisola sul fiume che d’estate diventa la vera «spiaggia» dei belgradesi.

La ciliegina sulla torta (ovvero: come rischiare la vita prima del volo)


Il nostro lunghissimo viaggio a tappe si è concluso la mattina del rientro, con una scena che definire ansiogena è poco. Abbiamo chiamato un autista privato per farci accompagnare in aeroporto all’alba. Durante il tragitto in autostrada, l’uomo ha iniziato a colare a picco: ha letteralmente chiuso gli occhi per il sonno più e più volte mentre guidava. Gullo lo ha fissato tutto il tempo, terrorizzato e completamente cagato sotto, fissava le palpebre del tipo pronto a saltare sul volante. Io, per fortuna, me ne sono accorta solo una volta arrivati a destinazione, altrimenti mi sarebbe venuto un infarto in diretta.

Siamo scesi dall’auto sani e salvi, con il cuore a mille ma con lo zaino pieno di storie. Cracovia, Bratislava, Budapest, Timișoara e Belgrado ci hanno spettinato l’anima. Il nostro viaggio via terra è finito, ma la prospettiva sul mondo, da adesso, è decisamente cambiata.

Il Tempio di San Sava è uno dei più grandi edifici di culto ortodossi al mondo. Sorge sulla collina di Vračar, il luogo esatto in cui nel 1594 il gran visir ottomano Koca Sinan Pascià fece bruciare pubblicamente le reliquie di San Sava (il santo patrono serbo) per punire la popolazione che si era ribellata all’Impero Ottomano. La costruzione del tempio è iniziata nel 1935 ed è durata quasi un secolo a causa di guerre e blocchi politici.

🗣 LINGUA

💰 MONETA

🛂 DOCUMENTI

👗 COME VESTIRSI

📅 QUANDO ANDARE

🚌 TRASPORTI

🚺 SICUREZZA

💬 FRASI UTILI

🍽 CIBO DA PROVARE

💸 BUDGET